Da piccolo ( Nonno Simpson #1 )

“Sai, tu mi ricordi un poema che non mi ricordo affatto, una canzone che potrebbe anche non esistere, e un posto dove non sono sicuro di esserci mai stato!”

Abraham J. Simpson





I ricordi che mi sono rimasti da quando ero bambino sono tutti legati alla campagna. Alla villa di campagna dei miei nonni materni.  Questa villa  era chiusa l’inverno ma l’estate i nonni ci si trasferivano e tutta la famiglia ci viveva durante il giorno. Noi nipoti facevamo a turno a rimanere a dormire li. Due restavano e due andavano a casa piangendo.  Mi ricordo il sole quando mi alzavo poco dopo l’alba. L’aria frizzante. Il profumo della terra umida e l’abbaiare dei cani. Mia nonna che preparava la zuppa di latte. Dormivamo uno nel lettino e l’altro tra i miei nonni. Una mattina mi ricordo che aprì gli occhi e, nella penombra, vidi un grosso geco camminare sul soffitto proprio sopra di noi. Sarà da allora che non tanto li sopporto. Pensai che potesse cadere e finirmi addosso. Mi ricordo di quando uno dei nostri cani mi ringhiò contro. Una mattina, senza apparente motivo, ricordo che rimasi li, immobile, mentre vedevo la rabbia negli occhi dell’animale, ricordo che rimasi fermo, non avevo paura… ero spaventato, ma più che altro perchè non capivo. Vidi arrivare mio nonno di corsa che prese il cane e lo picchiò fino a che non si fu calmato. Ricordo che piangevo in un angolo perchè mi costringevano a mangiare cose che non mi piacevano e mi prendevano in giro perchè per loro erano prelibatezze e non si spiegavano perchè a me non piacessero. Ricordo il mare. Non ricordo quando ho imparato a nuotare. L’ho sempre saputo fare. Ricordo che gli uomini della mia famiglia, tutti patiti di pesca subacquea, uscivano a nuoto e stavano via le mattine intere, lasciavano donne e bambini sulla spiaggia e tornavano all’ora di pranzo con le ceste piene di frutti di mare e pesci. Ricordo i segni delle maschere da sub perennemente stampati in faccia. Ricordo le pesche notturne. La spigola enorme che una volta vidi appena tuffato. La sagola del fucile da sub ancora attorcigliata che devia la traiettoria della fiocina, l’avessi presa mi avrebbero portato in trionfo. Ricordo una seppia che cercava di difendersi attaccandomi, la guardavo stranito meravigliandomi del coraggio che aveva. Ricordo le mangiate di pesce, odore che si spande dal forno, prede enormi fotografate e poi divorate, mia sorella che tiene in braccio un pesce grande quasi quanto lei pescato da mio padre. Ricordo la caccia. I miei zii, avevano l’età che ho io ora ma erano già sposati con figli. Mi svegliavano all’alba e mi portavano con loro. Ricordo i cani, gli appostamenti, il momento dello sparo. Ricordo le lepri. Uccise, squoiate e arrostite sapientemente da mia nonna. Mi viene ancora l’acquolina in bocca. Ricordo la natura. Prendevamo da essa, abbiamo imparato a rispettarla, a capire che è giusto prendere per ciò che serve e dare per ciò che si può. Mio nonno che ci spediva a raccogliere i rifiuti che lasciavamo in giro e mio zio che mi insegnava come uccidere i conigli in modo da non farli soffrire più del necessario e in modo che la carne si mantenesse buona per essere mangiata. Ho capito il senso della morte. Ho imparato a vivere come un animale. Grato per la vita ma accettando la morte perchè fa parte anche lei della vita. Vivevamo perennemente seminudi e sporchi. Le nostre madri si disperavano vedendoci tornare ricoperti di terra e graffiati dappertutto dopo un’esplorazione in “territori sconosciuti” o una giornata passata a rotolarci e a giocare con i cani, ci prendevano, me e i miei cugini, ci infilavano nella vasca di cemento che c’era fuori e ci lavavano con  il cif e la paglietta per i piatti.  Siamo cresciuti forti, mai una malattia, mai  un problema.  Mi ricoprivo di cicatrici ma ne ero fiero. Ricordo i serpenti, ricordo quando moriva uno dei cani, lacrime a fiumi e dolore. Ricordo un cane che scappò e tornò dopo un mese ricoperto di zecche, ricordo che mio zio lo prese, era conciato malissimo, a stento si reggeva in piedi, ricordo che mi disse di prendere il fucile. Ricordo che lo portò via, chiesi di andare con lui, sapevo che stava per fare. Quel cane era come mio fratello, eravamo cresciuti insieme. Mi zio mi guardò, mi disse che sarebbe stato doloroso e mi chiese se ero sicuro. Risposi di si. ci allontanammo insieme, portavo una pala. Ricordo lo sparo, il cane che cade, lo seppellimmo. Ricordo le lacrime. Mio zio mi spiegò che era crudele mantenerlo in quello stato solo per l’egoismo del non volersene distaccare. Era un’atto di pietà che dovevamo a quella povera bestia. Mi disse che se davvero ci tenevo al cane non avrei dovuto farlo scappare, solo così l’avrei protetto, non tenendolo in vita in una sofferenza costante. I miei primi dieci anni sono passati così. Ricordo che la villa cadeva a pezzi. Ricordo un’estate quando io già mi preparavo a trasferirmi e i miei che mi dicono che la villa non è più sicura. Che non ci si andrà più. Ricordo la campagna di mio padre, bella, ma non la stessa cosa, non c’erano tutti i miei zii. Quella fu la prima “svolta” della mia vita. Il primo voltare pagina e ricominciare una nuova fase.

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